Aggiornamenti da Scampia
gli Asini – rivista cartacea, febbraio 2026.
Articolo di Monica Riccio
Fatima Ouassak nel suo libro “Per un’ecologia pirata”, Tamu ed. 2024, scrive: “E in qualità di residenti di quartieri popolari autonomi che devono necessariamente e urgentemente entrare nell’arena elettorale e politica. Se da un lato dobbiamo lavorare a un’alternativa politica, dall’altro dobbiamo salvare il salvabile. Le due cose devono andare di pari passo: un piede nell’istituzione, l’altro nei quartieri”.
Questo pensiero di Fatima Ouassak non mi lascia indifferente e continua a mettermi in crisi nell’osservazione di quanto è accaduto sinora a Napoli e a Scampia, soprattutto rispetto a come praticare ciò che scrive e racconta rispetto alla sua esperienza nella periferia francese.
Quindi mi sono domandata cosa significhi e cosa abbia significato stare un piede nell’istituzione e l’altro nei quartieri a Napoli, e nello specifico a Scampia.
Per poter analizzare le dinamiche intercorse voglio riportare alcune vicende che riguardano Scampia, e un ragionamento a partire dal libro: La cattura delle élite. Come le identità oppresse vengono strumentalizzate dal potere, di Olúfémi O. Táìwò, ed. Alegre 2024.
Partiamo da Scampia.
A Scampia nel 2016, anno del secondo mandato di Luigi De Magistris, come in altri quartieri di Napoli, associazioni e singoli cittadini attivi si unirono in un assemblea popolare di municipalità, un’aggregazione politica dal basso che aveva lo scopo di unire le vertenze della periferia nord di Napoli e di scrivere un progetto politico e di rigenerazione per i quartieri dell’Ottava Municipalità (Scampia, Piscinola, Marianella e Chiaiano), che effettivamente scrisse con grande impegno, accuratezza e rispetto del territorio. Purtroppo subito dopo le elezioni, l’esperienza si dissolse.
Nel frattempo comitati, associazioni e singoli cittadini attivi hanno continuato a portare avanti le loro vertenze, talvolta unendosi, talvolta in modo sciolto perché per quanto queste entità siano unite da obiettivi che hanno a che fare con il bene comune, le briciole che dispensa il potere hanno alimentato la distanza tra i vari gruppi facendo prevalere i meccanismi della politica della deferenza di cui vi parlerò più avanti.
Oggi la politica di Manfredi ci narra di una Scampia in grande rinascita e fermento grazie al piano Restart Scampia (che in realtà non copre tutto il territorio), all’avveneristica pista ciclabile (che si allaga incredibilmente con la pioggia, finalmente a Scampia abbiamo anche ruscelli, con dei cordoli laterali su cui le auto vanno spesso a sbattere), e ai lavori nel Parco Pubblico Ciro Esposito. E qui voglio dedicare un piccolo approfondimento.
Il Parco Ciro Esposito di Scampia, è il polmone verde della periferia Nord di Napoli, uno dei parchi urbani tra i più grandi della città, di cui gli abitanti sono privati da circa 3 anni per inagibilità e lavori.
I lavori sono stati avviati con un vergognoso ridimensionamento dei fondi previsti a causa di una gara al ribasso.
Il finanziamento per il lavori in corso è di 400 mila euro.Dalla cifra iniziale, con la gara a ribasso, è stato decurtato il 37%.
A febbraio del 2025 le associazioni, insieme al Presidente della Municipalità incontrarono l’Assessore Comunale pertinenteil quale promise che si sarebbe impegnato a recuperare i fondi necessari per la realizzazione dell’intero progetto di riqualificazione del parco.
Nel frattempo le Associazioni hanno appreso che con i fondi attuali (quelli decurtati con la gara a ribasso) verrà fatto lo stretto necessario. Nel frattempo, essendo trascorso del tempo dalla chiusura del parco, l’abbandonoha fatto sì che aumentasse lo stato di degradogenerale di tutta l’area.
Tra l’altro, molti dei lavori, da come abbiamo potuto osservare dall’esterno, risultano un rammendo molto poco accurato.
Ampie parti del parco, in particolare una collinetta, resteranno inesorabilmente abbandonate a loro stesse. Nulla si sa degli interventi utili ad aprire tutti gli ingressi del parco affinché le persone possano andare da un punto all’altro del quartiere attraversandolo. Del resto continuiamo a non sapere cosa ne sarà della futura cura e manutenzione ordinaria e quotidiana dal momento che c’è carenza di giardinieri comunali. Il silenzio delle istituzioni, ad un anno dall’incontro e dalle promesse, dimostrano come la “progettazione partecipata” del Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi sia un grimaldello di cui servirsi all’occorrenza.
Quanto accade al Parco Ciro Esposito ha posto le associazioni nella condizione di istituire un controllo popolare, dal basso, necessario a restituire questo spazio pubblico in maniera adeguata, agli abitanti di Scampia che pagano già sa sempre lo scotto di essere cittadini meno meritevoli di spazi dignitosi.
Ma ora andiamo all’analisi politica di ciò che accade nel substrato, a partire dal libro citato nell’incipit, La cattura delle élite. Come le identità oppresse vengono strumentalizzate dal potere, di Olúfémi O. Táìwò.
Con l’espressione “cattura delle élite” il filosofo afroamericano fa riferimento sia al fenomeno noto per cui gruppi privilegiati si appropriano di risorse e potere, influenzando le scelte politiche in modo da favorire i propri interessi, spesso a discapito del bene comune, e soprattutto alla capacità delle élite di catturare e cooptare individui e gruppi di marginalizzati in nome di una falsa rappresentanza delle vertenze di questi ultimi, che altro non è che strumentalizzazione ai fini di una scalata verso il potere.
Olúfémi O. Táìwò ci parla anche di “stanza” in riferimento alla stanza in cui avvengono i giochi. Spesso in quelle stanze il microfono è ceduto con un certo riguardo ai marginalizzati, altrettanto spesso gli abitués delle stanze fanno anche un passo indietro per dare visibilità ai marginalizzati invitati nelle loro stanze, in virtù di una “politica della deferenza” che maschera i rapporti di potere ai fini di una narrazione che molte volte non corrisponde pienamente alla realtà, ed in cui i vari attori coinvolti e sotto i riflettori, “stanno al gioco” palesemente, ma trattandosi della narrazione stessa del potere, chi smaschera passa in sordina o viene invisibilizzato.
Questo meccanismo trova riscontro anche nel concetto di “smascherare il potere”, di cui scrive Giovanni Zoppoli nel libro “Caccia al tesoro. Potere, invisibilità e ciò che si impara con i bambini”, Altreconomia ed. 2025.
Giovanni Zoppoli parla della necessità di uscire dal copione di una commedia dell’emergenza di cui siamo tristemente spettatori agendo politicamente su più fronti, tra cui quello educativo.
In questa finzione si giocano partite fatte di decisioni, penalità e potenziali premi che hanno senso in termini capitalistici.
La politica della deferenza si basa sulle opportunità. Sulla base delle interazioni personali, sulla narrazione politica e mediatica, presta attenzione alle vertenze, ai desideri e alle ambizioni dei marginalizzati, fa il suo percorso di affermazione del potere.
Scegliere la politica della deferenza piuttosto che la politica dell’interdipendenza compromette gli obiettivi alla base del progetto politico del riscatto dei marginalizzati e ne risulta una politica che non si pone davvero al servizio di coloro che lottano per contrastare il privilegio.
Noi abitanti delle periferie e attivisti stanchi di questo teatrino, non vogliamo essere gli ospiti più o meno graditi in una stanza e neanche i protagonisti indiscussi. Non vogliamo essere né cooptati e né reclutati, tanto meno al servizio delle élite, bensì perseguire un progetto politico che sia liberatorio per tutti che redistribuisca le risorse e non piedistalli per personaggi in cerca d’autore.
Piuttosto che diventare l’oggetto di studio degli architetti specializzandi che ci invia l’Università, o essere i partner territoriali (e sfigati) delle finte co progettazioni istituzionali, sarebbe utile riprendersi il potere di essere tutti operai che costruiscono insieme la famosa stanza in cui vivere insieme con uno sguardo intersezionale ed empatico domandandoci sinceramente dove stiamo andando e dove vogliamo arrivare, anche tenendo conto dei diversi punti di partenza e i diversi livelli di privilegio e svantaggio.
Qui mi viene in mente l’uomo nuovo del mural di Felice Pignataro del Gridas – Gruppo di Risveglio dal Sonno, di Scampia.
L’immagine dell’uomo nuovo è nata dal disegno fatto da una ragazza della scuola di provincia, ispirato alla creazione di Adamo di Michelangelo. L’uomo nuovo per volto ha un sole sorridente, che sintetizza l’uomo ecologico, riconciliato con la natura e produttore-protettore dei frutti della terra, che nascono dalla sua mano. In mano infatti ha una zolla di terra con un germoglio. Al posto del Dio creatore vi sono tante figure umane intente a fabbricare l’uomo nuovo. La figura, gigantesca, è rappresentata come in costruzione, da una fitta impalcatura. Nel petto al posto del cuore, si apre uno sportello in cui si intravedono i meccanismi interni, fra le varie rotelle ed ingranaggi figura il simbolo della pace.
Il mural di Felice rappresenta quella che il Manifesto della Cura di The Care Collective, definisce una politica dell’interdipendenza fatta di mutuo soccorso, condivisione di risorse, spazio pubblico e democrazia di prossimità.
I tentativi di ispirazione al municipalismo e al confederalismo democratico del passato a Napoli non sono stati di successo perché il tentativo di decentrare il potere è fallito ed ha prevalso la politica della deferenza.
Fin quando il soggetto del dibattito sarà l’individuo e non il progetto politico, dal momento che non siamo tutti Marielle Franco (chapeu ad persona di un valore inquantificabile), le prospettive non potranno essere rosee.
