Adolescenti ed autosabotaggio
Articolo di Monica Riccio per Territori Educativi, Comune.info
05 Febbraio 2024
In questi anni sono molto stata a contatto con i giovani per attivismo e per lavoro (soprattutto negli ultimi due anni in progetti nella scuola superiore) o come familiare. Un termine mi risuona in modo particolare, anzi due: sabotaggio e autosabotaggio, prevalentemente nei giovani. A un certo punto, sabotare e auto sabotare diventa la soluzione, quando uno scatto di crescita mette in luce le proprie fragilità, o comunque pone di fronte alle difficoltà.
Secondo Francesco Gazzillo i sistemi interni che portano all’autosabotaggio sono “una parte scissa della psiche costituita da un Sé infantile, sofferente e aggressivo, che dipende in modo patologico o è identificato con uno o più oggetti antievolutivi…”. In sostanza, l’opera di sabotaggio preserverebbe una parvenza di equilibrio dalla minaccia del cambiamento.
L’autosabotaggio è dunque un “rifugio” per non prendere una decisione difficile perché ridurrebbe il sentimento di sovraccarico emotivo o l’ansia riguardo al processo decisionale. Di certo l’autosabotaggio porta spesso a chiudersi in sé stessi con tutto ciò che ne consegue, a sabotare legami e percorsi intrapresi, ad assecondare la propria voce distruttiva interna.
Con l’autosabotaggio si cerca di proteggersi da sentimenti o situazioni spiacevoli, dice Lawson.
Causa dell’autosabotaggio sarebbe immaginare di fallire, difendersi dalla paura di essere respinti, o qualunque tipo di risultato che metta in luce la propria vulnerabilità. Si diventa intolleranti all’incertezza e si preferisce la prevedibilità rispetto all’ignoto. Per questo ci si focalizza sui fallimenti e sugli aspetti negativi, a volte anche in modo compulsivo, piuttosto che guardare a tutte le volte che ce la si è fatta. Questo alimenta un circolo vizioso di depotenziamento di sé.
L’autosabotaggio sarebbe anche la soluzione per evitare lo stress scaturito dalle aspettative degli altri e dal confronto con l’altro. Questo “altro” che spesso si mostra così speciale sugli schermi dei nostri smartphone e con cui ci si pone continuamente a confronto.
In un recente articolo di Davide Traglia, L’arte della sottrazione come atto di resistenza, tra l’altro, si legge:
“In questo flusso costante di informazioni ciascun individuo è chiamato a essere perennemente attivo e funzionante, a dare, cioè, costanti e potenzialmente infinite esibizioni della propria esclusività, del proprio “essere nel mondo”. Le prestazioni vengono, infatti, consumate velocemente, si esauriscono nel tempo di un clic, diventando passato; pertanto, se non si vuole scivolare nella anonimia, l’obbligo diventa quello di offrirne di nuove – ancora più estreme e particolari – e di superarsi volta per volta, spingendo sempre più in là le proprie forze…”.
Autosabotarsi quindi ma allo stesso tempo anche dover dimostrare di essere speciali. Ci si chiude spesso in sé, spesso lasciando spazio all’individualismo alimentato dalla tendenza alla performance, tipica del capitalismo e di questo tempo, e nell’ambito di un contesto di gruppo o di amicizia, l’autosabotaggio diventa anche sabotaggio. Spesso autosabotandosi, si sabota, si fugge da relazioni di vario genere, perché richiedono di mettersi nei panni dell’altro, confrontarsi costantemente con l’altro. E spesso i panni dell’altro sono pure scomodi.
Performatività, individualismo, confronto con l’altro, frustrazione, autosabotaggio e sabotaggio si intrecciano in contesti di gruppo.
Flavia Lazzaro di Justbaked.it in riferimento ai Millennials scrive che sarebbe il caso di “smettere di pensare di essere speciali perché diventarlo richiede tempo, e ignorare il modo in cui gli altri raccontano le loro vite, perché nonostante quello che può sembrare sono molto simili alle nostre…”.
A tutto questo si aggiunge la grande precarietà di questo maledetto tempo che condiziona ogni sfera dell’esistenza. Si finisce così in una sorta di spirale dell’introversione in senso autosabotante e sabotante nella quale risulta assai difficile mettersi nei panni dell’altro, anzi di tutt3 gli altri in contesti gruppali ma anche nelle diverse tipologie di legame.
“Comprendere le realtà soggettive degli altri serve a migliorare l’empatia, la cooperazione e la comunicazione e allo stesso tempo può influenzare le proprie opinioni”, dice Solomon. Sforzarsi di guardare fuori da noi con empatia e non “paragonandosi” all’altr3, aiuta a riconoscere che esistono molteplici prospettive. Ma come sempre, tutto è frutto di un cammino complesso di consapevolezza.
