Per un’ecologia pirata a Scampia

Articolo di Monica Riccio pubblicato su gli Asini – rivista catacea, gennaio 2025.

Lo scenario della presentazione

Il 3 ottobre a Scampia presso il Centro Territoriale Mammut ha presentato il suo libro “Per un’ecologia pirata…e saremo liberi!” pubblicato a Parigi nel 2023, e dalla casa editrice indipendente Tamu, con sede a Napoli, quest’anno, tradotto da Valeria Gennari.

La presentazione è avvenuta in uno scenario surreale: piazza Giovanni Paolo II (conosciuta come Piazza Ciro Esposito), dove ha sede il Mammut, completamente transennata e controllata da una squadra di body guards. Al centro della piazza un palco immenso che l’indomani avrebbe ospitato ben 10 mila persone per il concerto di cantanti di fama nazionale di musica Trap e Rap organizzato dalla multinazionale Red Bull.

Per entrare nel centro territoriale Mammut bisognava chiedere di entrare al body guard all’ingresso della piazza.

Un evento mastodontico alla sua terza edizione, in cui Scampia per un giorno da periferia diventa centro, grazie ai soldi di una multinazionale che qualche anno fa seppe cogliere le potenzialità di quella grande piazza e delle sue ampie strade circostanti, ma anche e soprattutto la spettacolarità di un set suggestivo con le vele di Scampia protagoniste, simbolo per eccellenza dell’ecosistema di stereotipi del mondo della trap e di un certo tipo di fiction.

Cosa sta diventando il nostro quartiere? Nel bene e nel male, noi abitanti attivisti, ce lo stiamo chiedendo. Nel frattempo centennials (generazione Z) provenienti da ogni parte della città e d’Italia hanno potuto godere di un mega concerto con i loro beniamini musicali del momento riuniti.

Tra un soundcheck di Geolier, uno di Tony Effe e l’altro di Rose Villain, si è tenuta la presentazione del libro di Fatima Ouassak organizzata da Tamu Edizioni.

Fatima Ouassak

Fatima Ouassak è politologa e militante ecologista, decoloniale, antirazzista e femminista.

E’ co-fondatrice del Front-de mères, collettivo di madri di bambini e bambine dei quartieri popolari, e di Verdragon, la prima casa di ecologia popolare in Francia, a Bagnolet. Fatima Ouassak, inoltre, presiede la rete Classe/Genre/Race, un coordinamento che contrasta le discriminazioni subìte dalle donne con background migratorio.

I can’t breathe

C’è un filo rosso molto emblematico che percorre le pagine: quello del diritto a respirare.

In quartieri dove “sorvegliare e punire” è il dogma politico per eccellenza e l’aria è opprimente tanto per l’inquinamento, quanto per il controllo severo della polizia, il diritto a respirare è centrale. “I can’t breathe”, ricordando George Floyd.

A rendere l’aria irrespirabile nella periferia parigina è la quantità di cemento nettamente superiore a quella del verde, i roghi tossici, l’alimentazione tossica a basso costo, l’ansia di non essere a posto con i documenti, appartamenti piccoli e sovraffollati e spazi di lavoro insalubri.

Bagnolet e Scampia a confronto

A Scampia il verde c’è, eccome, ma è abbandonato dalle istituzioni e curato da privati o da associazioni.

Quanto ai roghi tossici , da circa vent’anni nel quartiere dell’area nord, si denunciano sversamenti abusivi e relativi fuochi, ma la situazione non cambia.

L’alimentazione a basso costo, anche qui, è l’unica alternativa possibile quando il cibo bio è venduto a peso d’oro e gli orti urbani sono un’utopia dal momento che sotto le distese di verde incolto della periferia, dove sorgono i palazzoni, ci sono in molti casi, scarti dei lavori di costruzione del quartiere di 40-50 anni fa.

Il sovraffollamento invece, a Napoli è una questione che riguarda prettamente il centro con i fenomeni della gentrificazione e della turistificazione. La città partenopea va diventando giorno dopo giorno sempre di più, un immenso bed and breakfast, respingendo altrove gli abitanti.

Il dramma della cittadinanza è vissuto dagli abitanti di origine africana che vivono perlopiù a ridosso del centro, stipati in appartamenti che sono perlopiù dei tuguri, o nella provincia. Invece in periferia questo dramma è vissuto da molte persone rom, tra cui molte nate proprio in Italia.

Disinfantilizzazione

Fatima Ouassak scrive: “I bambini dei quartieri popolari subiscono perciò le conseguenze più gravi dell’inquinamento atmosferico: asma, malattie respiratorie, diabete e sindromi depressive”.

Il pensiero a Scampia subito volge ai bambini e alle bambine rom, ma anche abitanti nelle vele e nelle cosiddette case dei puffi di Scampia, dove l’umidità, la muffa, le infiltrazioni di acqua, le piogge torrenziali ed il caldo torrido di queste estati da emergenza climatica, le esalazioni dei roghi tossici, incidono notevolmente sulla salute respiratoria di queste creature.

Ma spesso sono proprio queste creature ad essere “disinfantilizzate”, termine usato proprio dall’autrice. Proprio perché particolarmente “oppresse”, nel senso intersezionale del termine, dalle politiche attuali al punto da essere considerate corpi come tanti, a cui non è necessario garantire diritti, tanto meno quello di “ancorarsi”, qui diremo, di radicarsi.

E’ proprio questo il concetto che attivisti ed attiviste di Scampia più volte hanno rivendicato rispetto allo sradicamento forzato di creature abitanti nel quartiere della periferia nord di Napoli, sfollati e costretti ad andare a vivere altrove dalle vele, piuttosto che dai campi rom, a seguito di tragici avvenimenti a cui l’amministrazione comunale da diversi cicli di giunta usa rispondere con discutibili elargizioni in denaro, anziché con adeguate politiche per la casa (superando anche la tendenza a perseguire nella cementificazione, ed in questo i movimenti per il diritto all’abitare ci insegnano che esistono tante alternative percorribili) che tengano conto delle esigenze delle persone a partire da quelle più fragili. E’ così che i legami, la scuola, le attività pomeridiane, le routine dei più piccoli, indispensabili per la loro crescita armoniosa, vengono sistematicamente ignorati perché ignorati sono proprio loro, i bambini e le bambine.

Allora Fatima Ouassak propone una visione di città centralizzata sull’infanzia. A tal proposito l’autrice scrive: “Quando i bambini escono dal loro edificio che cosa incontrano lungo la strada? Cosa vedono? Che odori sentono? Quali rumori? Qual è il loro orizzonte? Il modo migliore per scoprirlo è chiederglielo, ad esempio in occasione delle uscite a pranzo, e lavorare con loro – usando matite, mappe enormi, modelli, soldatini di legno e creta da modellare – per creare dei percorsi dei bambini. In questo modo si riuscirebbe a individuare ciò che ostacola o facilita il loro movimento libero, felice e spensierato, e a realizzare le condizioni per una città più respirabile e sicura, dal loro punto di vista.

Si tratta di porre la città all’altezza dei bambini: spazio per respirare, per giocare a palla, per fuggire se necessario, per contemplare il sole che sorge e tramonta.”.

Quindi spazio privilegiato ai bambini e alle bambine, punto di partenza imprescindibile della lotta ecologista.

Di quale ecologia parla Fatima Ouassak?

L’autrice è schietta e diretta rispetto ai movimenti ecologisti di classe media. Una classe lontana dalla periferia che quando considera nella lotta le periferie lo fa pubblicamente per “sensibilizzare”, fra le righe “per prendere consensi e fare numero”.

Esistenze ai margini intese come un unico corpo da “civilizzare” rispetto alla missione ecologica globale. Le famose “masse popolari” da rendere consapevoli sul disastro ambientale che agiscono ed in cui vivono. Un quantitativo di corpi di cui servirsi per fare “massa” sulla questione, appunto. L’appello alla sensibilizzazione, sottintende che le persone in questione siano persone da educare perché “non abbastanza sensibili a ciò che li sta soffocando”, e da “includere” in una rivendicazione ecologista il cui punto di partenza non è localizzato in periferia.

Di fatti Fatima Ouassak scrive: “Su uno stesso territorio le persone non saranno colpite dal cambiamento climatico allo stesso modo, ma a seconda del loro stato di salute, dell’accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi pubblici, delle altre reti di solidarietà (genitori, famiglie, colleghi, vicini di casa, più o meno abbienti e in grado di aiutare), dello spazio in cui vivere e circolare, delle vie di fuga (trasferirsi altrove, andarsene in campagna o all’estero). Senza un’organizzazione ecologista le classi popolari – e in particolare quelle che vivono nei quartieri popolari sono condannate non solo letteralmente a soffocare, ma anche a essere ritenute responsabili delle proprie disgrazie: sono loro a inquinare con quelle vecchie auto a diesel”.

L’autrice ritiene che sia necessario che chi abita nei quartieri popolari faccia valere il proprio peso politico costruendo un’alternativa politica che contrasti il cambiamento climatico, che sia espressione della periferia. Fatima Ouassak allude all’esperienza del neo municipalismo, e lo ha chiarito letteralmente e difeso strenuamente nella presentazione del libro a Scampia. “Un piede nell’istituzione, l’altro nei quartieri”, scrive nel libro a proposito.

Fatima Ouassak parla di Verdragon – casa dell’ecologia, spazio di pedagogia attiva, di trasmissione culturale, autogestito e laboratorio politico che ci concentra sull’ecologia, sul diritto all’esistenza, alla salute e alla libertà di movimento con una prospettiva decoloniale ed intersezionale. Un’alternativa politica dal basso in cui si fa spazio il Front de Mères, sindacato di donne madri della periferia parigina che conduce la lotta dell’ecologia pirata.

Perché ecologia pirata?

Fatima Ouassak nel suo saggio, denso, veloce e chiarissimo, si rifà al manga One Piece perché è dalla storia di liberazione dei bambini pirati che possiamo superare cemento, barriere e confini per un mondo più giusto. Come scrivono in prefazione Valeria Cirillo e Nina Ferante “l’ecologia pirata vuole tutto”. Da sempre Vittorio Passeggio, fondatore del Comitato Vele di Scampia, quello storico, dice “Vogliamo tutto” ed il suo striscione è ormai iconografico.

Ed è esattamente così, dalla periferia vogliamo proprio tutto: reddito, casa, salute, vivibilità, scuola, spazi, opportunità, orizzonti, diritti, incluso quello alla felicità, senza che nessuno ne sia escluso.

La lotta ecologista o è di liberazione, o non sarà.

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